Non mi hai lasciato ferite. le ferite hanno un rumore.
hai fatto peggio.
hai spento stanze.
non me ne accorsi subito l’amore anaffettivo non sfonda le porte.
arriva in punta di piedi, sposta una sedia di pochi centimetri, toglie un quadro dal muro, spegne una lampadina.
piccole cose.
piccole assenze.
e continui a vivere lì dentro senza capire perché tremi.
ti abitui.
ci si abitua. il corpo è un animale strano: impara il freddo e smette di protestare. ai rumori dei tubi nella notte. alle crepe sopra il soffitto. persino alla fame, se la chiami con un nome più gentile.
così chiamai amore quella stagione fredda.
ho imparato a mendicare briciole. a festeggiare un gesto distratto. a leggere poesia in un bicchiere d’acqua lasciato sul tavolo.
e sai la cosa peggiore?
che dopo non finisce.
no.
ti resta dentro.
come il freddo nei muri vecchi. anche d’estate.
diventi guardingo.
ti siedi vicino alle uscite. controlli il cielo anche nelle giornate limpide.
e quando qualcuno finalmente ti tende davvero una mano, non la prendi.
non per paura di cadere.
ma perché qualcuno, un giorno, ti ha insegnato che l’amore era una casa dove l’inverno non passava mai.